giovedì 15 settembre 2011

IL CULTO DEI SOVRANI E IL SUO INFLUSSO SUL NUOVO TESTAMENTO


Alessandro Magno nel mosaico di OtrantoMostreremo ora, con due o tre esempi, come nell' antico bacino del Mediterraneo la divinizzazione di persone mortali fosse una prassi normale e non limitata al culto dei Sovrani.
Pitagora e Gesù.
Sotto il profilo storico-religioso, dunque, il Pitagora della storia e della leggenda costituisce il precedente più illustre dei due uomini divenuti "theioi", sulla cui predicazione e sulla cui opera si fonda il Cristianesimo: Gesù e Paolo.
(Il teologo Windisch, Paulus u. Christus, 62 sg.)
Ancor prima della nascita di Pitagora (VI secolo a. C.), al padre fu preannunciato che il bambino sarebbe stato una benedizione per l' umanità intera (Iambl., De vita Pythag. 5). 

 Come Gesù, anche Pitagora venne al mondo in terra straniera, durante un viaggio dei genitori (ibid.). Come Gesù in Luca, Pitagora inizia la sua attività di insegnamento e di taumaturgo con una pesca miracolosa, ma ordinando di liberare i pesci dopo averne pagato il prezzo dovuto ai pescatori, mostrandosi in questo assai superiore a Gesù 1. Un discepolo diffonde questa notizia come prova della sua divinità, come il Quarto Evangelista che descrive i miracoli di Gesù «affinché crediate che Gesù il Cristo è il figlio di Dio» (Jh. 20, 30 sg.). Come Gesù, anche Pitagora viene spesso circondato da grandi folle, diffonde il suo verbo perlopiù mediante parabole, opera con l'insegnamento e l'esempio, guarisce malati nel corpo e nello spirito, placa le tempeste del mare (Porph., Vita Pythag. 19 sg; 36; 41 sgg.). Come per Gesù, già per Pitagora le donne avevano i medesimi diritti degli uomini. 2
Come Gesù, Pitagora fu schernito e perseguitato, discese negli Inferi (com'è attestato già nel III secolo a. C.) 3, resuscitò dai morti e come poi quella di Gesù, anche la sua resurrezione venne considerata un inganno (Diog. Laert., 8, 14; 8, 41).
Le differenti opinioni su entrambi procedettero in modo analogo: come Gesù fu ritenuto Giovanni il Battista, Elia o altro profeta, il Messia (Mc. 8, 27 sg.), così Pitagora venne considerato il prediletto di Apollo, suo figlio o incarnazione del dio (Weinreich, ibid.). Presso i discepoli, poi, proprio come Gesù, godette di indiscussa autorità: la frase ipse dixit eliminava ogni loro dubbio; vivevano in comunanza di beni, come la comunità primitiva del N.T., e non partecipavano ad attività guerresche: il rifiuto del servizio militare, infatti, fu assolutamente ovvio per tutta la cristianità primitiva.
Pitagora non fu tanto un filosofo, benché, secondo Cicerone, fosse stato il primo a definirsi tale, quanto piuttosto un riformatore dell'intera esistenza umana, un Profeta, un Maestro di moralità, un taumaturgo, ovvero, come afferma Jakob Burckhardt, una grandiosa realtà religiosa 4.
Empedocle di Agrigento, forse occasionale uditore di Pitagora, non solo godette di venerazione religiosa, ma si definì egli stesso un dio immortale; di lui si racconta che abbia guarito appestati, resuscitato morti e placato tempeste, e che fosse soprannominato «dominatore dei venti». Anche per i suoi discepoli profetizzò atti miracolosi, come Pitagora trovando il suo compimento «ai tempi del Nuovo Testamento» 5.
Verso la fine del V secolo allo spartano Lisandro furono tributati onori come se fosse un dio, gli vennero innalzate are e recate offerte sacrificali: in tal modo sorse ben presto il culto ellenistico della regalità divina, continuato poi dal culto romano degli Imperatori, che influenzò notevolmente la trasformazione dell'immagine neo-testamentaria di Cristo.
L'evoluzione del culto dei Monarchi
Prima che il Cristianesimo parlasse del proprio Salvatore, a Roma l'imperatore era stato celebrato con gli stessi accenti, e i cuori si erano elevati in coloro, che nulla sapevano di Gesù.
(Il teologo Weinel)
Poi fu tolta allo Stato romano la sua sacertà religiosa, e l'imperatore venne spogliato della propria dignità divina, per poter con essa adornare soltanto il Signore Gesù Cristo.
(Il teologo Pfannmüller, 58)
Il monarca «divino» fu familiare a tutta l'antichità, in Oriente e in Occidente, a pagani e a giudei, e anche da parte cattolica si è dovuto ammettere che la figura del Sovrano costituì una delle forme fondamentali dell'idea di «Redentore» 6.
A Babilonia già intorno al 3150 a. C. vennero tributate onoranze divine al defunto Urnina di Lagasch. Nel XXVII secolo a. C. Naramsin di Akkad fu venerato come dio pur essendo ancora in vita 7. L'antico re babilonese Ammurabi (1955-1912 a. C.) nel suo celebre Codice chiamò se stesso «rampollo reale eternamente vivente, dio solare di Babilonia, che fa sorgere la luce sopra la terra dei Sumeri e degli Accadici», e apparve come «il Pastore, il Redentore» (Staerck, II, 239 sg.).
In Egitto, il Sovrano fu reputato l'incarnazione di Rê, dio del Sole. «Si parla, e la bocca è in una caverna, e così giunge al tuo orecchio. Si fa qualcosa che è celato, e il tuo occhio lo vedrà» -si diceva della sapienza del Faraone, che penetra in ogni cosa. In Nubia nel XIV sec. Amenofis III portava il titolo di «Grande Dio». Dio, Signore dell'Universo e Salvatore sono le definizioni della natura e della dignità dei sovrani dell'antico Oriente, tutte e tre riscontrabili nella simbologia linguistica della Bibbia.
Con Alessandro Magno e i primi Diadochi nacque in seguito, sulla scorta di queste concezioni egizie, l'idea ellenistica delle prerogative divine della sovranità.
Nella teologia di Alessandro il personaggio storico, la cui leggenda cultuale offre non poche analogie con le narrazioni evangeliche, diventa «Dio vero in sembianze umane», viene proclamato «figlio di Dio» e talvolta è «celebrato addirittura con parole proprie della cristologia» 8.
I successori di Alessandro innalzarono la venerazione del Sovrano a religione di Stato: coi Tolomei, soprattutto con la potente schiatta regale dei Seleucidi (312-364), s'impose sempre di più la credenza orientale che nel sovrano di turno fosse incarnata la divinità, per cui i monarchi mantennero il soprannome di Epifane, cioè «Colui che si manifesta». Nel 167 a.C. Antioco IV fece coniare una moneta con la scritta che lo definiva «Dio in sembianze umane».
Gravido di conseguenze fu poi il fatto che il culto orientale della monarchia venne trasferito agli Imperatori Romani, divenuti anch'essi oggetto di adorazione divina. Infatti, gli scrittori neotestamentari trasposero la terminologia e le esperienze del culto imperiale nella teologia salvifica concernente la figura del Cristo.
Secondo la testimonianza di Cicerone, i Greci considerarono Pompeo «colui che è disceso dal cielo» (Cic., imp. Pomp. 14, 41), convinzione antica propria, per altro, di numerosi figli di Dio.
Alla morte del suo avversario Cesare, il sole si velò, si diffuse la tenebra, la terra si spalancò e i defunti tornarono sulla terra 9. Quando due anni dopo, un decreto del Senato lo elevò al rango di divinità, il suo culto si diffuse per tutto l'impero. Il popolo Ateniese lo esaltò come Sotér (Salvatore, Redentore), e il popolo Romano credette incrollabilmente nella sua ascesa al cielo e nella sua divinizzazione. La ricerca teologica moderna scorge nella singolare liturgia di passione, con la quale Roma magnificò il grande defunto 75 anni prima della morte di Gesù «l'anticipazione di taluni motivi, che in seguito ebbero una storia notevole nella liturgia del Venerdì Santo della messa romana» (Stauffer, Jerusalem u. Rom, 20 sgg.).
Augusto: Messia, Redentore, Figlio di Dio
Questo è l'uomo, è questi colui che da molto tempo fu promesso dai padri, Cesare Augusto, Figlio di Dio e apportatore dell'Età dell'oro.
(Virgilio, Aen. 6, 791 sg. Cit. da Stauffer, ibid., 27)
Augusto (27 a.C. -14 d.C.) venne adorato come un dio molto più di Cesare, benché tollerasse malvolentieri tale devozione. Gli si attribuirono parecchi miracoli (Trede, 101 sg.), a lui furono innalzati splendidi templi e ben presto il suo culto mise in secondo piano gli altri riti religiosi.
La famosa iscrizione di Priene, risalente al 9 a.C., afferma che il mondo sarebbe precipitato nel nulla senza la nascita di Augusto, che recò agli uomini tutti una comune felicità, a tutti la lieta novella, l'Evangelo, con la quale avrebbe avuto inizio una nuova era. L'imperatore appare come il Salvatore inviato da Dio, e nessuno potrà essere di lui più grande. L'iscrizione di Alicarnasso lo esalta quale «Redentore dell'intero genere umano, la cui Provvidenza non soltanto esaudì le preghiere di tutti, ma addirittura le superò». E nell'Eneide, Virgilio lo canta come il «figlio di Dio e apportatore dell'Età dell'oro» da lungo tempo promesso 10.
Anche Manilio e lo stesso Ovidio in esilio venerarono Augusto come un dio 11; fu ritenuto persino figlio di Apollo 12. Erode battezzò col suo nome alcune città, fece costruire in suo onore un tempio e una cappella, e il suo cancelliere e storico di corte Nicola Damasceno scrisse un'esaltante biografia dell'imperatore, della quale recentemente un teologo (Stauffer) ha detto che a tratti si potrebbe leggere come un testo evangelico.
Il culto dell'imperatore, col quale Augusto veniva adorato come Messia e Redentore dell'Impero Romano, come Benefattore e Salvatore dell'Umanità, come Luce del mondo e Figlio di Dio, non fu in nessun caso mera espressione della fedeltà dei sudditi o di adulazione cortigiana; al contrario, esso fu in massima parte la manifestazione della devozione propria del tempo, che rispondeva ai sentimenti religiosi e alle aspettative del popolo, come dimostra la storia della sua evoluzione.
Non fu a Roma, ma nella parte orientale dell'Impero, piena di entusiasmo religioso, che ebbe inizio la costruzione di altari e di templi in onore dell'imperatore. Soltanto nel corso del I secolo anche l'occidente più scettico accolse il nuovo culto, circondando il Sovrano (e da vivo e da morto) con un'aura di divinità: le sue visite furono celebrate come la «manifestazione, l'Epifania o la «Parusia», di un dio; il nuovo culto divenne una fede, una religione.
È vero che continuò a persistere il culto statale degli antichi dèi, ma sottotono, come nella consapevolezza del loro declino, così che a poco a poco la nuova devozione poté sostituire la fede negli antichi dèi, senza però mai eliminarla del tutto, data la persistenza di un antico principio di tolleranza religiosa. Ma ben presto il culto dell'imperatore fu l'unica religione capace di accomunare tutti i popoli dell'Impero. «Noi crediamo -scrive Seneca dell'imperatore -che sia un dio, ma non in seguito a un suo ordine» (Seneca, clem. 1, 10,3).
Al culto dei Cesari si collegarono, dunque, concezioni di ampia portata, raccolte poi dal Cristianesimo: non solo l'idea della fine dell'antico male e dell'inizio di una nuova età felice, quale preconizza Virgilio nella IV Ecloga, ma anche il concetto di Vangelo e soprattutto la credenza che nel sovrano s'incarnasse la divinità, il Redentore e Signore.
I concetti di "Evangelo", "Redentore" e "Signore" (kyrios) derivano dalla religiosità pagana
In un ambito sociale nel quale l'esistenza di un «Dominus ac Deus» in ogni imperatore cominciò a diventare a poco a poco stile ufficiale di vita, il Cristianesimo non poteva privare il suo eroe di questo altissimo titolo onorifico.
(Il teologo Bousset)
Il termine Evangelo (gr. euaggelion = buona novella), che manca in molti scritti neotestamentari, e che per lungo tempo fu considerato una creazione specifica del linguaggio cristiano, come quasi tutto ciò che il Cristianesimo non tolse in prestito dal Giudaismo, deriva dal Paganesimo. Esso è già presente in Omero (Homer., Od. 14, 152 sg.), dove indica la ricompensa per chi arreca buone novelle. Ma la parola fu in uso anche con accezione religiosa negli antichi oracoli e in seguito specialmente proprio nel culto degli imperatori, a proposito della lieta novella dell'ascesa al trono di un nuovo sovrano 13. Ma già nelle dottrine di Zarathustra, non meno di sei secoli prima di Cristo, le locuzioni «lieta novella», «buona novella», «novella salvifica per tutti i popoli» sono ripetutamente attestate, come d'altra parte esistono nei due profeti coincidenze pressoché letterali. È dubbio, del resto, che Gesù abbia usato per la sua predicazione il concetto di «Evangelo» (celebri teologi lo hanno contestato) 14.
Come la parola «Evangelo», anche la denominazione cristologica di «Salvatore» (Sotér) era pagana, assai diffusa in epoca precristiana con tutte le connotazioni di pertinenza e quindi anche con quelle di carattere strettamente religioso.
Fin dal 2000 a.C. circa il re Amenemet I di Tebe veniva celebrato come Salvatore del suo popolo, come soccorritore nei bisogni della sua esistenza; come nell'antico Egitto, l'idea del Redentore è rintracciabile anche nella letteratura babilonese. Essa svolgeva un ruolo importante anche nell'insegnamento di Zarathustra, il quale si sentiva come il Salvatore invocato, come «sapiente Salvatore della vita», «l'amico che guarisce la vita», «il Soccorritore».
In seguito, il predicato di Salvatore divenne titolo onorifico di corte dei sovrani ellenistici e nome cultuale delle divinità misteriche. Alessandro, i Seleucidi in Siria e i Tolomei in Egitto avevano tale sacra definizione, come Zeus, Apollo, Asclepio, Ermes, Posidone, Serapide e infine il Gesù della Bibbia.
È facile osservare la penetrazione nella Bibbia della parola «Salvatore»: nei più antichi scritti neotestamentari, nelle lettere autentiche di Paolo, la incontriamo una sola volta, precisamente nell'Epistola ai Filippesi 15, che risale agli ultimi anni della sua vita e venne composta a Roma, dove allora regnava Nerone, che portava il titolo di Caesar, Divus, Sotér: Imperatore, Dio, Salvatore. Paolo, che da quasi due anni aveva imparato a conoscere da vicino il culto degli imperatori, trasferisce tali nomi a Gesù, in aperto contrasto coll'imperatore-Salvatore, definendolo «il Cristo, il Signore Dio, il Redentore» 16. È di per sé eloquente il fatto che Paolo abbia fatto uso del titolo di «Salvatore-Soccorritore, Liberatore o Redentore», una sola volta, e proprio in questo passo. Via via, poi, il termine, che Marco e Matteo non avevano usato per Gesù, penetrò negli scritti neotestamentari più recenti 17. Intorno alla metà del II secolo Gesù venne chiamato direttamente il «Redentore».
Anche l'espressione «Salvatore del mondo», con cui il Quarto Evangelista adorna il suo Cristo (Jh. 4, 42; 1 Jh. 4, 14), deriva dal culto imperiale; già Cesare e Ottaviano venivano celebrati in Oriente quali «Salvatori del mondo», e in seguito anche Augusto, Claudio, Vespasiano, Tito e altri imperatori.
Insieme al termine «Redentore», dal culto cesareo trapassarono nel Nuovo testamento altri predicati designanti dignità e altezza, fra i quali soprattutto la definizione di kyrios, «Signore», titolo tipicamente orientale, assegnato specialmente alla divinità. Come abbiamo già più volte affermato, questo titolo trasferito poi alla persona di Gesù, aveva conosciuto un uso assai ampio in epoca precristiana per figure mitiche e storiche, quali Jahvè, numerosi dèi pagani e infine, ma sempre prima del Cristo biblico, per i sovrani Romani, nei quali esprimeva non solo il potere imperiale, ma anche la sua natura divina. Già Claudio e Nerone si fregiarono del titolo di «Signore», e sotto Domiziano (81-96) l'espressione Dominus ac Deus noster possedette una valenza pressoché ufficiale (Suet., Domit. 13). Il Quarto Evangelista, che scrisse immediatamente dopo, pone sulla bocca di Tommaso la frase «Mio Signore e mio Dio» (Jh. 20, 28).
La parola kyrios, rarissima nel Vangelo più antico, si trova più frequentemente nel Vangelo di Luca, diretto ai Gentili, e diventa quasi la norma nei Vangeli apocrifi più recenti. La locuzione «Re dei Re e Signore dei Signori», con cui l'Apocalisse insignisce Gesù, era stato un titolo regale antico-babilonese. Notiamo di passaggio che i simboli attribuiti a Gesù dall'arte cristiana (il trono, lo scettro, l'orbe terrestre) erano i contrassegni del culto cesareo; i motivi e gli attributi più sublimi degli antichi dèi, degli uomini-dèi e dei monarchi vennero, dunque, trasposti alla denominazione del Cristo neotestamentario.
Ai tempi di Gesù, si era talmente avvezzi all'esistenza di uomini divinizzati, che Petronio poté scrivere: «Il nostro territorio pullula di presenze divine, a tal punto che si incontra più facilmente un dio che un uomo» (cit. da Seeck, Entwicklungsgeschichte, 287). Dopo un incontro con Tiberio, figliastro e successore di Augusto, un capotribù germanico, cui era stato consentito di toccare con una mano l'imperatore, esclamò: «Ho veduto una divinità!» (cit. da Trede, 96).
Vespasiano, ormai gravemente ammalato, gemette (e siamo nei giorni del primo Cristianesimo) dicendo: «Temo d'essere sul punto di diventare un dio!» (Suet. Vesp.). In quel tempo era diventata ormai prassi abituale la divinizzazione degli imperatori subito dopo la loro dipartita. A proposito di Domiziano si racconta che persino un elefante non addomesticato piegò le ginocchia davanti a lui, folgorato dalla sua divinità. (Trede, 101).
Nel II, secolo la ressa delle divinità si infoltì, sì che Giovenale (Trede, 104) ebbe modo di lamentarsene, mentre a sua volta Celso scrisse: «Molte persone anonime si aggirano dentro e fuori dei templi come volessero emettere responsi... Ciascuna di esse è sempre pronta  a dire: "Io sono un Dio", oppure "Figlio di Dio" o ancora "uno Spirito Divino"» (Orig. Cels. 7, 9). È del tutto ovvio che fra loro si trovassero più ciarlatani che uomini saggi...
continua

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Note
1 Lc. 5, 1 sgg. Porph., Vita Pyth. 25. Iambl., De vita Pythag. 36. Windisch, Paulus u. Christus, 59 sgg. Erbt, 103 sgg.
2 Leipoidt, Die Frau in der antiken Welt, 55. Cfr. anche Nestle, Die Vorsokratiker, 27.
3 Weinreich, Antikcs Gottmenschentum, 637 sg. Cfr. anche J.
Burckhardt, III, 312
4 J. Burckhardt, III, 312 sgg. Cit. 321. Cfr. anche Nestle, Die Vorsokratiker, 26 sg.
5 Windisch, Paulus u. Christus, 63 sgg. Cit. 67. Cfr. anche Weinreich, Antikes Gottmenschentum, 638 sgg.
6 Guardini, Religion u. Offenbarung, I, 42.
7 M. Hallere, Die großen Ritualreligionen, 235. Gressmann, Der Messias, 40. E. Fascher, Gottes Königtum im Urchristentum, 88 sg.
8 Windisch, Paulus u. Christus, 81 sgg.
9 Trede, 98. Vergil., Georg. 1, 463 sgg.
10 Vergil., Aen. 6, 791 sg. Cit. secondo Stauffer, Jerusalem und Rom,  27.
11 Ovid., trist 1, 5. Sulla venerazione di Augusto cfr. soprattutto Suet., Aug. 57 sg.; 100 sgg.
12 Suet, Aug. 94. Dio Cassius 45, 1, 2.
13 Feine-Behm, 11 sg. Klostermann, Das Markusevangelium, 3 sg. Bousset, Kyrios Christos, 244.
14 Wellhausen, Das Evangelium Marci, 7. Una panoramica del problema e la relativa bibliografia in Friedrich, Theologisches Wörterbuch zum N. T, ed. Kttel, II, 1935, 705 sgg. Cfr. anche Marxen, Der Evangelist Markus, 77 sgg. Hauck, 12. Werner, Der Einfluß der paulinischen Theologie, 102 sgg.
15 Philip. 3, 20. Eph. 5, 23 con grande probabilità non è paolina.
16 Philip. 3, 20. Inoltre Bornhäuser, 13, sg.
17 Lc. 2, 11; Atti, 5, 31; 13, 23; 2Tim. 1,10; Tit. 2, 13; 3, 4 sgg. 2Petr. 1, 1; 1, 11. Kyrios: 1 Cor. 1, 2; 12, 3; 2Cor. 4, 5; 2 Tirn. 2,22; Philip. 2, 11.