martedì 14 agosto 2012

Sulla Verità

Nel più im­ma­gi­ni­fi­co dei dia­lo­ghi Pi­la­to chie­de a Gesù: “Che cos’è la ve­rità?”, ma il Mes­sia, ri­fe­ri­sce il van­ge­lo di Gio­van­ni, non pro­ferì pa­ro­la. D’al­tron­de, per il Gesù dei van­ge­li, la ve­rità è que­stio­ne pret­ta­men­te con­nes­sa alla fede in lui (“Ego sum Ve­ri­tas”) poco con­so­na ad una ela­bo­ra­zio­ne in­tel­let­tua­li­sti­ca. Cos’è la ve­rità, dun­que? I fi­lo­so­fi, in pre­va­len­za, han­no ri­spo­sto al que­si­to con­si­de­ran­do la ve­rità come evi­den­za at­tra­ver­so l’ar­ci­no­to ada­gio adae­qua­tio men­tis et rei, e cioè cor­ri­spon­den­za dei con­cet­ti alla realtà del­le cose. Que­sto fino a quel­la che vie­ne de­fi­ni­ta, nei tem­pi no­stri, la svol­ta lin­gui­sti­ca del­la fi­lo­so­fia che da Witt­gen­stein in poi si è im­po­sta (lo stes­so Hei­deg­ger ne subì a suo modo il fa­sci­no). In par­ti­co­la­re per Witt­gen­stein non esi­ste (o me­glio non esi­ste più come si pen­sa­va un tem­po) un rap­por­to uni­vo­co tra la realtà e il lin­guag­gio, il mon­do, in­fat­ti, può es­se­re de­scrit­to da mol­te­pli­ci lin­guag­gi. Co­sic­ché, se­guen­do que­sta li­nea di pen­sie­ro, si deve ri­pen­sa­re al con­cet­to di ve­rità so­ven­te le­ga­ta, essa ve­rità, alla se­di­men­ta­zio­ne di va­rie cre­den­ze che sboc­cia­no in un de­ter­mi­na­to mo­men­to sto­ri­co. Come bene ha spie­ga­to Ror­ty, il pa­ra­me­tro del con­trol­lo sul­la ve­rità non è più il mon­do ma ha a che fare con le pra­ti­che lin­gui­sti­che di una cer­ta epo­ca. Pe­rel­man rin­ca­ra la dose so­ste­nen­do la for­za­tu­ra in­tol­le­ra­bi­le di un ra­gio­na­men­to che iden­ti­fi­cas­se la ve­rità con l’evi­den­za, fa­cen­do leva, a so­ste­gno del­la sua tesi, su que­gli am­bi­ti che sfug­go­no, per sta­tu­to, alla lo­gi­ca for­ma­le di tipo ma­te­ma­ti­co, come la po­li­ti­ca, l’eti­ca, il di­rit­to.

Ma an­che in cam­po scien­ti­fi­co a par­ti­re da Ga­li­leo cer­ta evi­den­za co­min­cia a suo­na­re di­stor­cen­te. Al fi­si­co Spi­no­za del Deus sive na­tu­ra, a Ba­co­ne che, di­chia­ra­va che ba­sta­va os­ser­va­re e tut­ti po­te­va­no ren­der­si con­to, per esem­pio, che il sole si muo­ve e la ter­ra stia fer­ma, il gran­de scien­zia­to pi­sa­no op­po­ne­va il si­ste­ma co­per­ni­ca­no che, con­tro ogni evi­den­za, e con la sola spe­cu­la­zio­ne, af­fer­ma­va la teo­ria elio­cen­tri­ca.

Ep­pu­re, sia nel­la lo­gi­ca ma­te­ma­ti­ca che nel­la fi­lo­so­fia del­la scien­za, l’idea del­la ve­rità come cor­ri­spon­den­za con i fat­ti ha con­ti­nua­to ad ave­re se­gua­ci e non è sta­ta del tut­to ac­can­to­na­ta, per­ché in essa mol­ti han­no ve­du­to la pos­si­bi­lità di ave­re una ve­rità og­get­ti­va esclu­den­do l’ele­men­to psi­co­lo­gi­co (sog­get­ti­vo) che può in­dur­re in er­ro­re. Clas­si­co è di­ve­nu­to l’esem­pio per il qua­le se tut­ti fos­si­mo cie­chi non per que­sto non con­ti­nue­reb­be­ro ad esi­ste­re i co­lo­ri. A spa­ri­glia­re tut­to ci ha pen­sa­to il so­li­to Hei­deg­ger. Il suo ap­proc­cio alla que­stio­ne sul­la ve­rità, per esem­pio, ha su­sci­ta­to non po­che po­le­mi­che per­ché ri­te­nu­to crip­ti­co, “inaf­fer­ra­bi­le e quin­di inat­tac­ca­bi­le” (per usa­re le pa­ro­le di uno dei suoi più fe­ro­ci cri­ti­ci, Ador­no). La pro­spet­ti­va di Hei­deg­ger, in ef­fet­ti, con­cen­tra­ta­si sul­la este­nuan­te ri­cer­ca del fon­da­men­to del­la do­man­da at­tor­no alla Ve­rità, è rias­su­mi­bi­le nel­le stes­se sue pa­ro­le: “La ve­rità è sin dall’an­ti­chità un pro­ble­ma di lo­gi­ca: ma non è mai una do­man­da fon­da­men­ta­le del­la fi­lo­so­fia”. Ecco il sal­to che por­ta il fi­lo­so­fo te­de­sco a ri­sa­li­re alla ra­di­ce pri­ma dell’eti­mo­lo­gia del­la pa­ro­la che in gre­co, ale­theia,è di­sve­la­men­to, sco­per­ta e ma­ni­fe­sta­zio­ne, e non mera cor­ri­spon­den­za. Ma così fa­cen­do Hei­deg­ger scon­fi­na in una on­to­lo­gia che ra­sen­ta l’ir­ra­zio­na­li­smo lad­do­ve non è più l’uomo a cer­ca­re la Ve­rità, ma è pro­prio essa a sve­lar­si, in una dia­let­ti­ca più mi­sti­ca che fi­lo­so­fi­ca. Su que­sta li­nea an­che Ja­spers.

Come ar­ri­va­re alla qua­dra? Aval­lan­do un co­mo­do e ul­tra­pru­den­te ne­ga­zio­ni­smo di tipo gno­seo­lo­gi­co ri­guar­do alla Ve­rità? In­ve­ro, non è que­sto il ful­cro del pro­ble­ma. Nes­su­no o qua­si ha mai pen­sa­to di man­da­re in pen­sio­ne Sua Si­gno­ria la Ve­rità a co­sto zero. Sem­mai, a ve­nir meno, è sta­ta l’idea del­la Ve­rità (con la “V” ma­iu­sco­la) a fa­vo­re di più mo­de­ste ma non meno di­gni­to­se ve­rità (con la “v” mi­nu­sco­la). Con­si­de­ria­mo la/le ve­rità scien­ti­fi­che. Una ve­rità im­mu­ne da di­fet­ti ed er­ro­ri? Tutt’al­tro. Scri­ve Pop­per: “Come la sto­ria di tut­te le idee uma­ne la sto­ria del­la scien­za è una sto­ria di so­gni ir­re­spon­sa­bi­li, di osti­na­zio­ne e di er­ro­ri. Ma la scien­za è una del­le po­chis­si­me at­ti­vità uma­ne, e for­se la sola, in cui gli er­ro­ri ven­go­no cri­ti­ca­ti si­ste­ma­ti­ca­men­te e, coll’an­dar del tem­po, ven­go­no cor­ret­ti ab­ba­stan­za spes­so. Ecco per­ché pos­sia­mo dire che nel­la scien­za spes­so im­pa­ria­mo dai no­stri er­ro­ri, ed ecco per­ché pos­sia­mo par­la­re chia­ra­men­te e sen­sa­ta­men­te del com­pie­re pro­gres­si in scien­za. In qua­si tut­ti i cam­pi del­lo sfor­zo uma­no c’è cam­bia­men­to, ma ra­ra­men­te c’è pro­gres­so”.

Non ave­re una ve­rità as­so­lu­ta (che com­por­te­reb­be al­tret­tan­ti “as­so­lu­ti” che la col­ga­no) non vuol dire ar­ren­der­si allo scet­ti­ci­smo né ne­ga­re che esi­sta­no dei cri­te­ri che pos­sa­no gui­dar­ci. Al­tro­ve lo stes­so Pop­per in­dul­ge ver­so una dia­let­ti­ca ne­ga­ti­va di­chia­ran­do: “Non ab­bia­mo a no­stra di­spo­si­zio­ne nes­sun cri­te­rio di ve­rità e que­sto fat­to fa­vo­ri­sce il pes­si­mi­smo. Ma pos­se­dia­mo cri­te­ri che, se ab­bia­mo for­tu­na, pos­so­no per­met­ter­ci di ri­co­no­sce­re l’er­ro­re e la fal­sità. La chia­rez­za e la di­stin­zio­ne non sono cri­te­ri di ve­rità, ma cose come l’oscu­rità e la con­fu­sio­ne pos­so­no es­se­re in­di­zio di er­ro­re. Ana­lo­ga­men­te, la coe­ren­za non può sta­bi­li­re la ve­rità, ma l’in­coe­ren­za e la con­trad­dit­to­rietà sta­bi­li­sco­no la fal­sità”. L’as­ser­zio­ne del­le ve­rità scien­ti­fi­che non tro­va la sua for­za sul fon­da­men­to di una gra­ni­ti­ca inos­si­da­bi­lità ma sul prin­ci­pio di una in­trin­se­ca vul­ne­ra­bi­lità, sul va­lo­re sem­pre tran­seun­te del­le pro­po­si­zio­ni, va­li­de fino a pro­va con­tra­ria, per­fet­ti­bi­li dun­que per­fe­zio­na­bi­li.

La Ve­rità, o me­glio, la ve­rità, dun­que, tra sog­get­ti­vi­smo ed og­get­ti­vi­smo, tra idea­li­smo e rea­li­smo, tra Tar­ski e Gȍdel in­som­ma, può es­se­re af­fron­ta­ta con un se­re­no di­stac­co, ti­pi­ca­men­te lai­co, par­ten­do dal pre­sup­po­sto, che è più di una cer­tez­za mo­ra­le, che in fon­do la Ve­rità-Una ha un sa­po­re men­zo­gne­ro, come Ve­rità oscu­ran­te. Ri­cor­da­te il nome di quel gior­na­le so­vie­ti­co, che bran­di­va il pun­to di vi­sta del re­gi­me, e non a caso si chia­ma­va Pra­v­da (in rus­so “ve­rità”)?

In una pro­spet­ti­va ateo-agno­sti­ca, la ve­rità può es­se­re vi­sta solo come oriz­zon­te di una ri­cer­ca mai paga. La si rag­giun­ges­se, smet­te­re­mo di cer­ca­re e fi­nan­che di so­gna­re, ci di­vo­re­reb­be come Cro­no con i suoi fi­gli. Che la no­stra sete ver­so la ve­rità non sia mai pie­na­men­te ap­pa­ga­ta, men­tre si ri­sto­ra a pic­co­li sor­si, non può che es­se­re una be­ne­di­zio­ne. In­tan­to ci spin­ge ver­so nuo­ve av­ven­tu­re di pen­sie­ro, gui­da­ti dal­la ti­mi­da fiam­mel­la del­la ra­gio­ne, ver­so nuo­vi mon­di dove mon­ta­re la no­stra ten­da iti­ne­ran­te, sen­za pian­ta­re trop­po in pro­fon­dità i pic­chet­ti, nell’il­lu­sio­ne di con­vo­la­re ver­so il de­fi­ni­ti­vo cli­max (Stefano Marullo).

http://www.uaar.it/news/2012/08/13/sulla-verita/