lunedì 15 aprile 2013

Il velo steso su certe pretese religiose

Mahmoud
Te­le­vi­sio­ni e gior­na­li, nei giorni scorsi, hanno dato ampio spazio alla vi­cen­da di Sara Mah­moud. Una gio­va­ne che in­ten­de far causa a un’a­zien­da che, per as­su­mer­la, le ha chie­sto che non uti­liz­zas­se il velo. I toni usati sono stati quasi sempre di em­pa­tia nei con­fron­ti della gio­va­ne. Il ri­spet­to delle con­ce­zio­ni re­li­gio­se sta por­tan­do a ini­bi­re ogni cri­ti­ca alla re­li­gio­ne, anche quando co­sti­tui­sce la base per ri­ven­di­ca­zio­ni di­scu­ti­bi­li?

"l’han­no scar­ta­ta perché non era di­spo­sta a to­glier­si il velo du­ran­te il lavoro"
 
La gio­va­ne di re­li­gio­ne isla­mi­ca, cit­ta­di­na ita­lia­na nata a Milano e figlia di ge­ni­to­ri di ori­gi­ne egi­zia­na ar­ri­va­ti più di 20 anni fa, fre­quen­ta la Sta­ta­le e in­dos­sa l’hi­jab. Iscrit­ta a varie mai­ling list di of­fer­te di lavoro, aveva ri­spo­sto al­l’an­nun­cio di una so­cie­tà per di­stri­bui­re vo­lan­ti­ni. Ma i re­spon­sa­bi­li del­l’a­zien­da che ge­sti­sce eventi per la Fiera l’han­no scar­ta­ta perché non era di­spo­sta a to­glier­si il velo du­ran­te il lavoro. Mah­moud, che la­men­ta di non essere stata as­sun­ta in altre oc­ca­sio­ni per lo stesso motivo, ha deciso quindi di fare causa per di­scri­mi­na­zio­ne por­tan­do come prova lo scam­bio di email avuto con la so­cie­tà.
 
Ecco lo scam­bio di mes­sag­gi, così come ri­por­ta­to dalla gio­va­ne. “Mi pia­ce­reb­be farti la­vo­ra­re perché sei molto carina”, scrive la re­spon­sa­bi­le, “ma sei di­spo­ni­bi­le a to­glier­ti il chador?”. La ra­gaz­za ri­bat­te: “porto il velo per motivi re­li­gio­si e non sono di­spo­sta a to­glier­lo. Even­tual­men­te potrei ab­bi­nar­lo alla divisa”. Dalla so­cie­tà fanno sapere che “pur­trop­po i clien­ti non sa­ran­no mai così fles­si­bi­li”, fa­cen­do in­ten­de­re che non la pren­de­ran­no. Lei in­si­ste (”Do­ven­do fare sem­pli­ce­men­te vo­lan­ti­nag­gio, non riesco a capire a cosa devono essere fles­si­bi­li i clien­ti”), ma non riceve ri­spo­sta.
 
Un caso che ri­cor­da quello fran­ce­se del­l’a­si­lo pri­va­to Baby Loup, dove la Corte di Cas­sa­zio­ne ha di­chia­ra­to nullo il li­cen­zia­men­to di Fatima Afif. La donna, anni dopo la sua as­sun­zio­ne e no­no­stan­te le regole in­ter­ne im­pron­ta­te sulla lai­ci­tà im­pe­dis­se­ro l’o­sten­ta­zio­ne di sim­bo­li re­li­gio­si pro­prio per tu­te­la­re i bam­bi­ni, aveva deciso di met­te­re il velo seb­be­ne prima non lo fa­ces­se.
 
Anche la Corte eu­ro­pea dei di­rit­ti del­l’uo­mo si è pro­nun­cia­ta re­cen­te­men­te su quat­tro casi in­gle­si di osten­ta­zio­ne di con­vin­zio­ni e sim­bo­li re­li­gio­si in am­bien­ti di lavoro. La Cedu ha dato torto a tre su quat­tro, ri­te­nen­do però che nel caso di Nadia Eweida ci fosse una vio­la­zio­ne. Si trat­ta­va di un’ad­det­ta al check-in della Bri­tish Airway che non si era ade­gua­ta alle regole in­ter­ne, valide per tutti, che proi­bi­va­no gio­iel­li, spille o ca­te­ni­ne, quindi anche sim­bo­li re­li­gio­si.
 
Pro­prio la sen­ten­za della Corte di Stra­sbur­go po­treb­be aver rap­pre­sen­ta­to il de­to­na­to­re del­l’a­zio­ne legale di Mah­moud, come fa in­tui­re pro­prio il legale della gio­va­ne. Esiste tut­ta­via una dif­fe­ren­za so­stan­zia­le tra un li­cen­zia­men­to e una man­ca­ta as­sun­zio­ne. Non si ca­pi­sce dove ri­sie­da la colpa del datore di lavoro che non vuole as­su­me­re di­pen­den­ti che a priori non in­ten­do­no ri­spet­ta­re il codice com­por­ta­men­ta­le del­l’a­zien­da. La gio­va­ne si è sem­pli­ce­men­te vista ri­fiu­ta­re un lavoro per il quale non aveva i re­qui­si­ti.
 
"la li­ber­tà di re­li­gio­ne di­ven­ta l’e­sca­ma­to­ge con cui chie­de­re pri­vi­le­gi, ai quali non pos­so­no ac­ce­de­re i comuni mor­ta­li"
 
Ancora una volta, la li­ber­tà di re­li­gio­ne di­ven­ta l’e­sca­ma­to­ge con cui chie­de­re pri­vi­le­gi, ai quali non pos­so­no ac­ce­de­re i comuni mor­ta­li, i co­raz­zie­ri (che devono essere alti almeno un metro e no­van­ta) e per­si­no gli stessi par­la­men­ta­ri, co­stret­ti a in­dos­sa­re giacca a e cra­vat­ta. Ma Mah­moud va oltre, perché vuole la li­ber­tà di ab­bi­glia­men­to anche nel­l’am­bi­to pri­va­to. Il pro­ble­ma è che chi fa notare come una pre­te­sa di natura re­li­gio­sa non può avere la pre­ce­den­za viene spesso tac­cia­to di “isla­mo­fo­bia” (o, a scelta, di “cri­stia­no­fo­bia”, perché si as­si­ste a con­ver­gen­ze pa­ral­le­le tra le pre­te­se degli in­te­gra­li­sti isla­mi­ci o di quelli cri­stia­ni in nome di una comune difesa del­l’in­va­den­za della re­li­gio­ne negli ambiti so­cia­li e po­li­ti­ci). Il di­bat­ti­to sulla que­stio­ne del velo si fa più com­pli­ca­to e aspro perché si lega anche a que­stio­ni di schie­ra­men­to e ideo­lo­gia po­li­ti­ca.
 
Non sap­pia­mo se l’U­coii sa­reb­be di­spo­sta ad as­su­me­re per­so­na­le che in­dos­sa ma­gliet­te con la scrit­ta “Allah non esiste”. Ma si sa: i so­ste­ni­to­ri della li­ber­tà di re­li­gio­ne so­sten­go­no solo la pro­pria li­ber­tà e la pro­pria re­li­gio­ne. Con buona pace di chi pensa che i cre­den­ti ren­da­no più coesa la so­cie­tà.