Nel più immaginifico dei dialoghi Pilato chiede a Gesù: “Che cos’è la verità?”, ma il Messia, riferisce il vangelo di Giovanni, non proferì parola. D’altronde, per il Gesù dei vangeli
, la verità è questione prettamente connessa alla fede in lui (“Ego sum Veritas”) poco consona ad una elaborazione intellettualistica. Cos’è la verità, dunque? I filosofi, in prevalenza, hanno risposto al quesito considerando la verità come evidenza attraverso l’arcinoto adagio
adaequatio mentis et rei, e cioè corrispondenza dei concetti alla realtà delle cose. Questo fino a quella che viene definita, nei tempi nostri, la
svolta linguistica della filosofia che da Wittgenstein in poi si è imposta (lo stesso Heidegger ne subì a suo modo il fascino). In particolare per Wittgenstein non esiste (o meglio non esiste più come si pensava un tempo) un rapporto
univoco tra la realtà e il linguaggio, il mondo, infatti, può essere descritto da molteplici linguaggi. Cosicché, seguendo questa linea di pensiero, si deve ripensare al concetto di verità sovente legata, essa verità, alla sedimentazione di varie credenze che sbocciano in un determinato momento
storico. Come bene ha spiegato Rorty, il parametro del controllo sulla verità non è più il mondo ma ha a che fare con le pratiche linguistiche di una certa epoca. Perelman rincara la dose sostenendo la forzatura intollerabile di un ragionamento che identificasse la verità con l’evidenza, facendo leva, a sostegno della sua tesi, su quegli ambiti che sfuggono, per statuto, alla logica formale di tipo matematico, come la politica, l’etica, il diritto.