giovedì 21 aprile 2011

CAVOUR ULTIMO ATTO: L' INFERNO PUÒ ATTENDERE



Dagli Archivi segreti vaticani, la testimonianza del frate che confessò lo statista sul letto di morte.
ANDREA TORNIELLI -
Camillo Benso conte di Cavour, che nel letto di morte volle chiamare accanto a sé un sacerdote per ricevere i sacramenti, si limitò a confessarsi oppure ritrattò quelle posizioni che avevano provocato la scomunica di Pio IX contro di lui e contro tutto il Subalpinum Gubernium? Pochi giorni dopo la morte dello statista, avvenuta alle 9 di mattina del 6 giugno 1861, era stato il fratello, Gustavo Cavour, a spiegare pubblicamente dalle pagine dell’Opinione che non c’era stata alcuna ritrattazione e che il conte era morto senza ammettere errori riguardanti la sua politica di annessione dello Stato pontificio. Ora negli archivi vaticani è stato ritrovato un documento rimasto fino a oggi inedito,

che contribuisce a consolidare il quadro degli eventi di quei giorni. Lo ha messo in pagina sull’Osservatore Romano - il quotidiano della Santa Sede diretto da Giovanni Maria Vian - il Prefetto dell’Archivio segreto vaticano, Sergio Pagano. Si tratta della lettera autografa che il francescano fra’ Giacomo da Poirino consegnò a Pio IX dopo la burrascosa udienza durante la quale il Pontefice lo aveva rimproverato per aver confessato Cavour senza prima chiedergli di ritrattare. Un documento finito in una busta di atti diversi, riguardanti vari Pontefici, raccolti non si sa da chi, e rimasti fuori posto.

Fra’ Giacomo era il curato della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino, nel cui territorio risiedeva il conte. «A tenore di diritto canonico – spiega il Prefetto dell’Archivio segreto vaticano nell’articolo – Cavour non avrebbe potuto compiere la sua confessione sacramentale prima di aver rilasciato una pubblica ritrattazione dei gravi atti da lui ispirati contro lo Stato della Chiesa». La bolla di scomunica Cum Catholica Ecclesia prevedeva infatti che la confessione sarebbe stata invalida, e l’assoluzione inefficace, senza quella previa e pubblica ammissione.

Ma fra’ Giacomo – un uomo, annota Pagano sull’Osservatore, «tutt’altro che ingenuo e certamente integro» – in quella occasione fece prevalere il suo «scopo primario, pur se mischiato a una certa ingenuità», cioè quello di «salvare l’anima del moribondo, non quello di curarsi delle gravi censure ecclesiastiche in vigore». E, soprattutto, dopo la morte dello statista piemontese, tenne un atteggiamento «che poteva sembrare, e di fatto sembrò, ambiguo, sfuggente alla Santa Sede e allo stesso Pio IX». Anche Giacomo da Poirino, come il suo illustre penitente, non volle ammettere di aver sbagliato alcunché, e per questo il Papa gli proibì di confessare, gli tolse l’amministrazione della parrocchia e infine lo sospese a divinis. Solo in età avanzata cambierà idea: piangendo il «fallo commesso» chiederà a Leone XIII di essere reintegrato. Papa Pecci acconsentirà, e il frate nel 1884, un anno prima di morire, potrà riavere tutte le facoltà sacerdotali.

Nella lettera appena ritrovata, il francescano racconta al Papa in dettaglio le circostanze di quella confessione, ricordando come Cavour avesse detto chiaramente e davanti a testimoni che «intendeva di morire da vero e sincero cattolico». Parole che il suo confessore aveva voluto interpretare come una ritrattazione implicita. Di fronte a questa dichiarazione del conte «incalzato dalla gravità del male che a gran passi il portava a morte», il religioso si affrettò dunque ad amministrare il sacramento la mattina del 5 giugno, e il viatico la sera di quello stesso giorno. Il frate sottolinea nella missiva che «nel corso della sua gravissima malattia», Cavour «era ad intervalli soggetto ad alienazione di mente». Nel finale della lettera di scuse a Pio IX, fra’ Giacomo ribadisce di «aver fatto, quanto era in sé, il suo officio».

«Il buon frate (che malgrado l’increscioso episodio aveva al suo attivo una vita di impegno religioso zelante) – conclude il Prefetto dell’Archivio segreto vaticano -, pronto naturalmente all’obbedienza, passò il resto della sua esistenza nell’umile osservanza, anche se per lungo tempo dovette restar convinto di aver agito secondo coscienza cercando di salvare un’anima, pur nella trasgressione materiale di un precetto positivo pontificio».


La Stampa


mercoledì 20 aprile 2011

REGGIO EMILIA, GRANDE SUCCESSO PER LE “GIORNATE DELLA LAICITÀ”



Ben oltre alle chiacchiere da bar e al titolo di “manifestazione scandalosa e fuori luogo” guadagnatasi sul campo le Giornate della laicità 2011 confermano, nella loro prima giornata, un grande successo di pubblico, che ha affollato i primi appuntamenti della manifestazione.
Tutto esaurito dunque per i primi cinque incontri di venerdì dedicati al dibattito su temi eticamente sensibili e per i primi eventi della mattinata di sabato. Primo su tutti Piergiorgio Odifreddi che ha riempito il Centro Internazionale Malaguzzi.
“Il fatto è che al di là delle polemiche apparse sui giornali – afferma Giorgio Salsi di Iniziativa Laica – e delle posizioni di certa chiesa, che ha giudicato le nostre Giornate un momento di scontro provocatorio, i temi eticamente sensibili rappresentano una questione aperta nella coscienza di molte persone, sui quali si sente il bisogno di discutere e approfondire i diversi punti di vista.

Certo noi ci presentiamo con una posizione ben precisa, ma il fatto di avere una opinione non può certo ritenersi condizione che escluda il dialogo. Col confronto ci si guadagna la capacità di guardare con chiarezza e lucidità temi scottanti sui quali è importante andare oltre i luoghi comuni e le superstizioni.
Noi vediamo, in queste Giornate, il contributo ad una società più consapevole, e quindi più saggia”.
Un dialogo che ha portato a Reggio Emilia Franco Cordero, Giulio Giorello, Angelo d'Orsi, Paolo Flores d'Arcais, don Carlo Molari, Valerio Onida, Gabriella Caramore e don Paolo Farinella, e che fino a domencia vedrà altri incontri alternarsi nelle diverse sedi di Reggio Emilia (l'Università e il Centro Internazionale Malaguzzi) Correggio e Scandiano.
E così, esauritisi già alcuni appuntamenti, l'immancabile Odifreddi e l'incontro dedicato alla biologia con Telmo Pievani, rimangono aperti alla vendita degli ultimissimi posti per gli altri incontri che già si preannunciano densi di interessanti spunti.

Micromega


STAMINALI, QUANDO LA CHIESA SPEGNE LA SPERANZA



Qualche giorno fa la rivista Nature ha riportato i dati di una ricerca giapponese secondo la quale è possibile generare una retina perfettamente funzionante utilizzando le cellule staminali embrionali. La ricerca, condotta presso il Riken Center di Kobe dal dottor Yoshiki Sasai, ha dimostrato che cellule staminali embrionali messe in un brodo di cultura particolare si sono organizzate autonomamente generando i tessuti della retina e i terminali nervosi dell’occhio. Nel leggere quell’articolo non ho potuto non pensare a quali grandi rivoluzioni questa scoperta potrà provocare e quali miglioramenti della vita dei ciechi potrà apportare. Significherebbe che uomini e donne oggi costretti alla cecità da malattie attualmente incurabili, come la retinite pigmentosa, potranno tornare a vedere, a vivere autonomamente, a godere della luce, dei colori e delle forme.
Ho pensato a quanti bambini potranno leggere i fumetti,

a quante persone potranno leggere un giornale o libro, guidare una macchina, scrivere con una penna biro. Ho pensato a quanti Paesi potranno utilizzare le risorse della spesa pubblica in investimenti, posti di lavoro, istruzione pubblica, sanità anziché pagare pensioni di accompagno, ausili tiflotecnici o video ingranditori, dattilobraille ecc. Ho immaginato un mondo dove la cecità era un antico ricordo, una condizione dell’altro secolo, qualcosa di superato, estinto. La sensazione che ho provato è stata di entusiasmo, di liberazione da un limite che affligge oggi milioni di persone in tutto il mondo e che per molti è motivo di grave peggioramento delle condizioni di vita. Ho pensato alle persone che vivono nel terzo mondo alle quali la cecità non permette la sopravvivenza, laddove le condizioni di vita sono proibitive. I risultati di questa ricerca, che ancora è tale va ricordato, sono il primo passo verso un miglioramento della vita di tutti gli esseri umani.

A spegnere il mio entusiasmo ha però provveduto il cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della pontificia Accademia della Vita che ha dichiarato: “La ricerca non deve usare le cellule staminali embrionali perché ciò comporta la distruzione dell’embrione”. Non mi è ben chiaro come si possa paragonare la vita di un uovo fecondato con l’esistenza di milioni di essere umani che oggi sono costretti alla cecità, né per quale motivo chi si erge ad interprete della parola di Gesù dimentichi che proprio Lui, secondo il Vangelo, ha ridato la vista ad un cieco e sanato uno storpio. Non capisco perché non si possa considerare la capacità dell’uomo di utilizzare il proprio ingegno per migliorare la vita degli altri come un disegno che qualcuno ha fatto per noi esseri umani. Ciò che ancora di meno capisco è per quale motivo si imponga una morale cattolica alla ricerca scientifica che vincola anche chi cattolico non è. Qualche anno fa il referendum sulla fecondazione assistita (che coinvolgeva anche la ricerca sulle staminali embrionali) ha visto una discesa in campo della Chiesa piuttosto determinante ai fini dei risultato, che ha vincolato tutta la comunità scientifica italiana e quindi la possibilità di accedere a quei risultati a tutti noi, cattolici e non.

Ricordo infatti che in Italia la sperimentazione sulle staminali embrionali è vietata. Credo che la soluzione migliore come sempre sia la libertà di scelta. Nessuno obbliga un cieco cattolico a sottoporsi all’impianto di cellule staminali embrionali, non vedo perché la cosa debba essere vietata a chi cattolico non è. Qualche anno fa ho conosciuto un prete che era diventato cieco in età avanzata. Era in contatto con alcuni medici americani per essere sottoposto ad intervento chirurgico. Gli chiesi cosa ne pensasse della posizione della Chiesa sul referendum, mi rispose “a volte la Chiesa farebbe meglio ad occuparsi di altro”.

Io credo che ogni tanto la Chiesa potrebbe tacere, lasciando agli uomini la possibilità di scegliere e attingere al proprio libero arbitrio. Per fortuna in Giappone il Vaticano non fa le leggi e dall’Italia ogni giorno partono molti aerei per Tokio.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/04/11/staminali-quando-la-chiesa-soffoca-la-speranza/103728/


IN ARRIVO L' ERA DELL' ATEISMO, FEDE DESTINATA A SPARIRE

La fine delle religioni

(TMNews) - Le religioni sono condannate all' estinzione: il futuro dell'umanità potrebbe essere caratterizzato dal predominio dell' ateismo.
È quanto emerge da uno studio presentato il 21 marzo da Richard Wiener, ricercatore dell' Università dell'Arizona di Tucson (Usa) durante la conferenza dell'American Physical Society tenutasi a Dallas. Nel corso della ricerca gli studiosi guidati da Wiener hanno analizzato il trend relativo all'appartenenza religiosa in nove paesi (Australia, Austria, Canada, Repubblica Ceca, Finlandia, Irlanda, Paesi Bassi, Nuova Zelanda e Svizzera).
Al termine, in base al modello matematico che hanno elaborato, è emerso che le diverse confessioni religiose potrebbero essere destinate a sparire: dal momento che le persone tendono a far parte dei gruppi più numerosi, spiegano, e poiché il numero dei non credenti continua ad aumentare, è probabile che arrivi un giorno

in cui la maggior parte della popolazione sarà atea. Almeno nei paesi oggetto dello studio, precisano gli specialisti.
"In molte democrazie moderne si è diffusa, tra la gente, la tendenza a identificarsi come 'non affiliati ad alcuna religione': nei Paesi Bassi riguarda il 40% della popolazione, nella Repubblica Ceca il 60% -. afferma Wiener -. Ovviamente, le cose si complicano quando ci si concentra sui singoli individui".

Fonte



lunedì 18 aprile 2011

Per il dopo-Tettamanzi il Papa non sceglie da solo

Cardinale TettamanziSi affida al "congresso" della Congregazione dei vescovi.
ANDREA TORNIELLI - 18-04-2011 MILANO -
Nella seconda metà di maggio accadrà in Vaticano qualcosa che non ha precedenti negli ultimi ottant’anni: il «congresso» della Congregazione dei vescovi, cioè la riunione dei porporati e presuli membri del dicastero, discuterà della nomina del nuovo arcivescovo di Milano. È infatti scaduta lo scorso marzo la proroga di due anni ottenuta dal cardinale Dionigi Tettamanzi.
È stato Benedetto XVI a decidere che la nomina del pastore della diocesi più grande d’Europa e tra le più importanti del mondo, segua la trafila ordinaria e prima di arrivare sul suo tavolo venga discussa e vagliata. Nelle scorse settimane il nunzio in Italia, Giuseppe Bertello, ha compiuto un’ampia consultazione, chiedendo i pareri a circa un centinaio fra vescovi, sacerdoti e laici di Milano e della Lombardia. Proprio in questi giorni viene ultimato un secondo rapidissimo supplemento d’inchiesta, che porterà a disegnare l’identikit ideale e a precisare la rosa di nomi più significativi.